Dittologie Congelate

C’è una “vacca bretone-Geroge Sand” che tortura i versi di Federico Li Calzi. Ci sarà senz’altro e noi non lo vogliamo sapere. Come poco importa sapere a chi si riferivano gli acronimi ,chessò, di un Montale e, a cascata, degli altri appartenenti al “martirologio” della poesia.
Versi murati in quella solitudine che gli crea scosse di desiderio, rancori e risentimenti, coitus interruptus di rimpianti occulti. (“Timbro che si fa mimesi del desiderio. Ma cos’altro è la poesia se non questo?”-scrive nella post-fazione a “Dittologie” Enrico Testa docente di Lingua italiana dell’università di Genova).
Li Calzi si lascia assediare da questo accerchiamento concepito con la lucidità di uno stratega. Sfodera pagine segrete del suo (ignaro?) oggetto del desiderio, si diverte (alla Palazzeschi) a imbarcarsi in tresche clandestine e avvolge la sua preda in una sceneggiatura che affida alle onde di una “fantasia ritorsiva”, quasi fosse un ricatto da cui liberarsi per consegnarlo ai suoi lettori. (“…non è per te che tu rispondi agli inganni di quei ritorni”—“Troppe le cose che ho perso, tante le cose che ho detto”). La sospirosa Bovary, la putta onorata (“…la tua schiena nuda come la pelle che al sole matura”) sono come “ritagliate in controluce” in un sistema sociale che frana lentamente nella barbarie. (“Chi sa la storia di come finirà la crisi economica? Certo non qualche addottorato economista”). Scompaiono nelle lontananze insondabili oscurità (“ La rinascita totale sarà un’orma,un segno lasciato sul piano delle emozioni”), paurose e talora salutari devianze, valori credibili cui aderire cum grano salis.. (“ Nella freschezza della luce ci sei tu, il tuo corpo chiuso, la pienezza che produci”). Tutto salvato e recuperato da una trascinante fede nella forza dell’arte e del raccontare. Occorre avere coraggio (magari costruito o che si è dato) per gettare, negli abissi del cuore umano, uno sguardo così libero da logore osservanze e ulteriori schematismi.. Se Monet dipinge le sue ninfee in laghetto per vent’anni di fila, Li Calzi esalta la possibilità di ripercorrere per intero il suo percorso già mappato nella sua prima silloge. Il quid leopardiano della giovinezza vi è ritessuto ma con più distacco e tenendo in equilibrio il sussulto dell’esserci e la vastità del mistero. Li Calzi occorre leggerlo fin dalla prima raccolta di poesie che diventa la migliore via d’accesso alla sua arte di poeta e può anche servire a una generale presa di coscienza del lavoro della poesia, oggi, tra la selva della tradizione e le innumerevoli contrarietà del presente. Come dire, quel “martirio” che solo alla poesia viene richiesto. (“Dire delle cose significa morire, cancellare tutti i giorni, scatenarsi e rifiorire”).

Poetica Coazione

Prof. Diego Romeo
Docente universitario
Giornalista-Critico multimediale

Federico Li Calzi, ventottenne “poeta compulsivo”, possiede, insieme al padre, un’avviata fabbrica di infissi; eppure il “bene-stare” anche stavolta è rimasto contagiato dal ritornante “male di vivere”, dalle sempre ineludibili “fragen” heiniane che lo portano a rimestare e anche fuggire lontano dalle bolle economiche, dai consunti capitalismi, da impossibili comunismi e cristianesimi; e lo dimostrano questi versi inconsueti che potrebbero appartenere ad uno “scapigliato” o a poeti dalla vita scomposta o emarginata di un Sandro Penna o di un Valentino Zeichen che oggi abita una capanna sulla sponda del Tevere. Se lo vedi, Federico è un “picciotto” compito ed elegante, parco di parole e felice di mettersi in discussione, di offrirsi sotto forma di poesia…

Un “beau geste” offerente ma che reclama un’afferenza che non puoi eludere o rimandare. Perché la “coazione poetica” è lì, ti investe come un’onda e non ammette vie di fuga. Alternativamente, ho rapportato queste poesie all’immagine sempre presente dell’ “Impero delle luci” di Magritte e del “Concetto Spaziale” di Fontana con quel blu illusorio e ossessivo martirizzato da quei tagli di lame implacabili. A cos’altro pensare, infatti, quando leggi versi come ”Tu sei la parola non detta di una triste opinione, un ciglio al crepuscolo” oppure “ Essere vivo o morire non conta, è questa la fortuna che mi hai dato”? E significativi appaiono anche questi altri, che citiamo in sequenze frammentate: “Narcotici i tuoi occhi spensero la Ragione che qui rimase a giocarmi gli eventi”; ” Ho ricordato che tutto fu possibile una sera, una sera di luna e di notte profonda”; “E’ inutile badare a ciò che avvenne una volta, se poi non torna”; ”… a noi che siamo soli, risultante di materia, nonostante ci chiamiamo, affinché rimanga una presenza”; “Solleviamo palazzi con le mani, spostiamo le vie con le parole, camminiamo senza fine, persi per sempre, ipnotizzati in noi”; “Ma ora mi chiedo se tu esisti, se pensi all’esistenza, se esiste il già esistito, o se è tutto nell’essere”; “Quanti uomini han toccato quel corpo, quanti hanno sussurrato parole da stupidi”; “Non riesce facile a te che sei luce, restare chiusa in una cassa”. Le poesie del libro, scritte tra il 2005 e il 2009, s’acquietano, all’ultima pagina, nella saggezza di un’Arcadia pensata e implorata nel “bisogno di due occhi giovani e due braccia forti… per saper organizzare il lavoro (che è quello che conta) e sfruttare quel ponte, per far fiorire un giorno, forse, la terra nel lavoro di oggi”. C’è forse, in questo corposo volume,un ritorno ad un’Arcadia-Utero? Ad un’Arcadia politico-imprenditoriale originaria? Ad un rigenerante riformismo? Ed ancora: quel “lei” e quel “tu” sono vissuti come opposizioni alla degradazione della storia? Sono segnali lessicali su un paesaggio fisico e metafisico? O cos’altro sono? Li Calzi non fa e non vuol fare la fine delle Silvie Plath e dei Michelstaedter. La sinestesia poetica stavolta interpella, richiede, esige risposte dalla presunta “divina indifferenza”. In un mondo, si spera, popolato non più da “indifferenti”.